Le parole che ti programmano

Un coach per mestiere usa molto le parole: dico spesso che le parole sono importanti e, volenti o nolenti, ci programmiamo.

“Ci programmiamo” è un’espressione ambivalente, perché noi non siamo delle macchine, ma, vista positivamente (se scegliamo con cura le parole) può essere utile, perché noi miglioriamo il nostro stato emotivo e la comunicazione con noi stessi e gli altri. Forse, “ci programmiamo” è troppo sintetica come espressione…

Esempio veloce: se ti ripeti costantemente che non ce la farai, quante probabilità ci sono che tu dia il meglio di te e acceda a tutto il tuo potenziale e quante, invece, che sperimenti uno stato d’animo nel quale non ottieni il risultato desiderato?

Le persone che mi sono vicine “assorbono” il mio modo di vivere il coaching e siccome ci frequentiamo da un po’ di anni, hanno seguito il mio percorso personale, mi hanno visto crescere e ho discusso con loro delle mie conquiste e dei miei progressi, così come delle cantonate che ho preso e di alcune esperienze non proprio edificanti.

Ho avuto la tentazione di scrivere “fallimenti” ma ho deciso di non usarla perché non esprime pienamente ciò che intendo.

A me piace avere più possibilità.

Proprio ieri sera ho discusso su come si può aiutare una persona che non vuole essere aiutata.

Perché capita a tutti di vivere relazioni con persone alle quali vuoi bene che non vedono le risorse che hanno a propria disposizione o che non sanno come chiedere aiuto.

A volte capita di avere voglia di aiutarle, per poi dirsi: “io non ho le competenze” e quindi non fare nulla, solo per non rischiare.

Una “soluzione” adottata molto spesso è dire: “si fa così..” per condividere la propria strategia.

La prima modalità, per eccesso di prudenza, porta a non fare, per cui funziona solo se la persona ce la fa da sola. La seconda modalità potrebbe funzionare ma, dal mio punto di vista, è limitata, nel senso che non è educativa, non è generativa.

“Ma noi non siamo coach, e anche tu hai i tuoi difetti!”

“Sì, e forse non mi esprimo al meglio, ma sospendiamo il giudizio e proviamo a valutare gli scenari possibili…”

ipnosi pnl coaching formazione coach mattia lualdiRitengo che educare sia diverso da imporre il proprio punto di vista. Educare è più difficile perché richiede flessibilità per trovare la chiave giusta per accompagnare la persona a scoprire il proprio potenziale. Il famoso: “non dare un pesce, quando puoi insegnare a pescare”.

Posto che non voglio imporre il mio modello del mondo, le possibilità sono tantissime.

Tra il “non fare per prudenza” e “dare la propria soluzione” ci sono infinite sfumature, tecniche ed esperienze da far sperimentare alla persona per aiutarla.

Da un lato puoi non fare nulla, dall’altro, se sei cosciente che rischi una “crisi di rigetto” puoi arrivare all’estremo opposto, in cui fai tu per lei e te ne assumi la responsabilità.

Se decidi, dopo esserti informato, per me fai del tuo meglio e “il tuo meglio” è abbastanza.

Molti di noi hanno un pacchetto di soluzioni che hanno sperimentato in prima persona e che in passato ha funzionato ma, se cambia il contesto, non è detto che funzioni ancora.

La tentazione di agire al posto altrui è forte perché “io a quella persona voglio bene”.

Questo è fuori discussione!

Come il fatto che la questione rimane aperta ed è soggetta all’interpretazione personale, all’influsso del proprio vissuto, al caso e alla fortuna ma anche alla dose di determinazione e perseveranza.

È auspicabile che un coach abbia più strumenti per facilitare una soluzione di benessere e di crescita.

Da coach mi trovo a parlare con persone che dicono di voler risolvere un problema, solo che lo fanno con un livello di coerenza che mi porta a dire: “anche no! Ascolta il tuo corpo e misura il livello di benessere quando dici certe cose. Se parli del tuo obiettivo di vita come parli della lista della spesa, forse la direzione che hai scelto l’hai presa di fretta o in un momento di distrazione…”

Capita che, riconsiderando la situazione, si capisca che il problema era a un altro livello e che quello portato in sessione non era centrato in base alle risorse disponibili.

È questione di priorità? Il fattore tempo credo sia importante…

Se stressiamo il concetto e proiettiamo la soluzione imposta nel tempo, emergono una serie di criticità: ho rispettato quella persona fino in fondo? Le ho dato la fiducia e il tempo per trovare la propria soluzione? Il problema dal suo punto di vista era così importante?

Discutere con queste persone, a cui voglio bene, mi aiuta a confrontarmi, acquisire punti di vista diversi, fare il punto della situazione.

Anche grazie a loro valuto quanto mi sento allineato e centrato e capisco su quante cose posso lavorare, studiare, approfondire, per poter fare meglio quello che faccio.

Questo è il mio modello attualmente. Ogni tanto, mi prendo il tempo per (ri)metterlo in discussione e valutare possibili miglioramenti.

Da coach, parto dal presupposto che le persone hanno tutte le risorse per superare le situazioni e questo mi è utile per rispettarle e dare loro amore incondizionato.

Lo so, è difficile. Per questo mi alleno.

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